’alba del Salento ci ha accolti, piovigginosa e fresca, la mattina di venerdì 18 maggio, dopo una notte in viaggio tra l’Ossola, la bergamasca e i cieli d’Italia, e un’aria salmastra ha riempito i nostri polmoni e, come avremmo scoperto un paio di giorni dopo, anche il nostro animo, colmo di risate, di bei momenti passati insieme, di battute sagaci e a tratti improvvise, di attimi di meridionalità contrapposti al logorio del nostro essere piemontesi.

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L’operosità dei lavori assembleari ci ha a sua volta accolti sin da subito, tra i primi ad accreditarci, pur rimandando l’effettiva presenza al pomeriggio, ché al mattino presto ci attendeva Gallipoli, piovigginosa e sferzata da un venticello un po’ troppo fresco per noi che credevamo in un clima quasi africano.

Καλλίπολις, calli-polis, bella città, la perla dello Ionio, ci ha accolti con l’imponenza del suo castello aragonese a pianta poligonale, con la bellezza della fontana greca, tra le più antiche d’Italia, pare databile al III secolo a.C., con la suggestione della piccola chiesa seicentesca dedicata a Santa Cristina al Porto Peschereccio, con l’ingresso in un mondo fatto di pescatori a riparar le reti, ambulanti a vender spugne di mare, ristoratori alla ricerca dei primi clienti e dunque disposti ad offrirci il vino bianco. E con un piacevole ed agognato ristorantino che ci ha offerto pesce fresco, cordialità e soddisfazione, dopo una lunga ricerca dettata dall’eticità del risparmio e vinta grazie ad esso e grazie all’appetito che si faceva sentire sin dalle 11, ora decisamente antelucana sia per il luogo che per il banchetto. Ma poiché la nostra colazione datava dall’una del mattino, i sordi richiami che provenivano da ciascuno di noi erano ampiamente giustificati.

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E anche se la stanchezza a tratti affiorava nei nostri passi stanchi e se si esprimeva quasi come Totò e Peppino nel chiedere a un passante: “Mi scusi, ma per tornare da dove siamo arrivati, dove dobbiamo andare?”, siamo stati coraggiosi e abbiamo affrontato una stancante e divertentissima ricerca del nostro albergo, guidati da un navigatore a tratti approssimativo e dalla dizione improbabile. E già, perché ci siamo persi e siamo finiti in un’altra Lecce, sobborgo di Lecce, stessa via ma con numero civico mancante. L’arrivo dunque al vero hotel, dopo aver più volte girato attorno a quello falso, complice un incidente appena avvenuto nell’unica via non a senso unico…, è stato salutato con un sospiro di sollievo e con l’apprezzamento delle camere preparate per noi, confortevoli e pulitissime.

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Le relazioni pomeridiane e l’inizio dei lavori hanno da subito indicato la direzione da seguire e gli argomenti su cui riflettere, e gli interventi dell’intera giornata di sabato da parte dei presidenti regionali hanno confermato che le tematiche affrontate sono comuni a tutte le realtà, pur mostrando approcci diversi e diverse possibilità di intervento per risolvere situazioni problematiche. Noi, nel nostro piccolo, ci avevamo già riflettuto nel corso della mattinata, a partire da quella ricerca dell’eticità del conto del ristorante per procedere poi in analisi più legate alla nostra realtà.

E abbiamo avuto la certezza di essere nel giusto, quando è apparso a tutti chiaro che “eticità” era il concetto chiave attorno al quale i lavori si sarebbero dipanati. Dopo cena, qualcuno a dormire, ma il Presidente no, lui ha riunione dei capi delegazione. Gioie e dolori degli incarichi onorifici.

Sabato. L’”affaire Campania” tiene banco per l’intera durata dei lavori e focalizza ulteriormente l’attenzione sulla necessità di seguire il codice etico non solo a parole. La volontarietà della nostra associazione presuppone la disponibilità di ognuno di noi di darsi all’altro, senza rivendicazioni di tipo retributivo e o favoritismi di nessun genere. Ne sappiamo qualcosa, e siamo convinti della giustezza del nostro operato.

Prima di sera, una visita alla Città di Lecce, una città chiara, bianca, segnata dalla presenza della pietra leccese, quasi un tufo chiaro e friabile, che contrasta e fa male agli occhi e al cuore quando la si vede stagliarsi in un cielo che oggi è blu, senza una nuvola, terso, pulito, immacolato. Mi siedo sui gradini in Piazza Duomo, una piazza che era ed è un cortile, un tempo chiuso da un cancello, e guardo con gli occhi dell’anima la città che fu, e immagino chi è passato di lì, chi ha aperto e poi chiuso quel cancello, chi ha trovato la pace o la guerra accanto a queste mura che ora accolgono genti da ogni dove.

Parlo con la gente del luogo, chiedo indicazioni, domando notizie sul luogo che sto vivendo e trovo ovunque gentilezza, disponibilità al dialogo, sorrisi. Ecco, sorrisi.

Poi, dopo la cena nel ristorante dell’albergo, che chiamiamo “Pensione Mariuccia” per l’approssimazione del servizio, del menu, dell’accoglienza, del maître, eccoci pronti…via, entusiasti e sicuri di noi verso San Cataldo, il Lido di Lecce, alla ricerca di un gelato e dello iodio da respirare a pieni polmoni. Lungo una superstrada costellata di semafori – chissà perché –, mentre noi rallentiamo perché è quasi rosso, l’auto accanto a noi viaggia tranquilla e prosegue senza problemi, via così, che tanto non c’è nessuno. Ci guardiamo neanche tanto sorpresi, ridiamo e, siamo qui, qui si farà così.

E’ tutto buio, poca illuminazione pubblica ci fa pensare a come è in realtà il mondo intorno a noi quando il sole non c’è, quando il giorno è andato a riposare, quando la notte è davvero notte. Qui, il senso dello scorrere del tempo c’è, si sente e si vive, qui ogni attimo è preludio di quello successivo, scandito dai ritmi della natura ancestrale.

San Cataldo, ci siamo. Beh, nessun problema di parcheggio, ma nemmeno di gelaterie, ché la stagione non è ancora iniziata e lì è il deserto. Ci siamo guardati ridendo , perché ci sembrava di essere a casa, in quel vuoto che spesso accompagna i nostri luoghi.

Tranne che ad Arona, dice naturalmente il Luca, e parte con una filippica su quanto sia nuova, bella, viva, attiva, e via così. Lo lasciamo parlare da solo e ci avviamo alla macchina.

Il gelato, ce lo prendiamo in una gelateria gettonatissima a due passi dall’albergo.

Domenica. Una sorpresa, meravigliosa, disarmante, lucida, chiara, pulita, che vorremmo non avesse fine. Esemplare esempio di comportamento etico e di correttezza personale e professionale, il Dott. Nicola Gratteri, Procuratore Capo di Catanzaro, ci intrattiene e ci commuove per oltre un’ora, in un’intervista che mette in risalto i valori morali che contraddistinguono la sua persona e il suo operato. Applausi.

E l’intervento conclusivo del nostro Presidente Alberto Argentoni, esempio di correttezza, di semplicità e chiarezza, di onestà intellettuale, che si conclude con “Forse vi ho deluso, ma non vi ho mai tradito”, non fa altro che aggiungere emozione e commozione ad una mattinata di un’intensità inusuale e quasi intimista. Ancora applausi, almeno da parte nostra.

E di nuovo via, in macchina, saliamo oltre Brindisi alla ricerca di un paesino di mare dove pranzare e rilassarci un po’, per far decantare tutto ciò che abbiamo imparato in questi giorni. Trovato, Torre Santa Sabina, frazione di Carovigno, circuito de “La ‘Nzegna”, festa religiosa del lunedì, martedì e sabato dopo Pasqua.

Mare blu blu, casette bianche, ristorantini sulla spiaggia, spiagge e calette con piccoli attracchi per piccole barche blu, cielo blu. E’ tutto blu, una meraviglia. Mettiamo i piedi a mollo io e Raffaele, desiderosi di fare nostra quell’acqua salmastra che da noi non c’è, di bagnarci in un mare limpido che sembra quello della Grecia. Ma lo diciamo sottovoce, se no il Gianni attacca con le sue storie di pescatori nelle isole greche… E io esagero, come sempre. Scivolo nell’acqua, atterro – si fa per dire – e mi rialzo bagnata fin sopra la cintola, felice e sorridente. Per me questo è il primo, e forse l’ultimo, bagno al mare per quest’anno. Mi cambierò in un bar, ma dopo, che adesso passeggiamo, beati e paghi di tutto questo mare, di questo sole, di questo mondo così bello, silenzioso, salmastro.

Brindisi, sul lungo mare che ha visto Virgilio comprarsi una casa parecchio tempo fa, che lo ha visto scrivere “Le Bucoliche” e passi de “L’Eneide”, ancora un gelato e la consapevolezza che tra poco tutto finirà e che torneremo alle nostre vite, ma anche la certezza che molto di noi è rimasto tra noi, indissolubilmente.

Aeroporto. Andiamo al gate, toh, va chi c’è, l’Alberto. Salve Presidente, ragazzi c’è il Presidente, il nostro Presidente, quello vero, mica il Raffaele! E l’assemblea continua, in un clima di amabilità, di spontaneità, di gentilezza e simpatia. Si parla di tutto ciò che ci sta a cuore, e prima che lui si avvii verso il gate per Roma, facciamo, finalmente, quelle foto che ci sono sfuggite nella confusione di Lecce, quelle foto che ci apparivano forse banali perché quasi imposte dal politicamente corretto.

E invece no, qui no, queste son foto vere, e questa è la vera, degna conclusione di questi tre giorni.

Silvia

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